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JUNG E LA PSICOLOGIA ANALITICA

La grandezza di Jung e della sua psicologia consiste fondamentalmente nel suo proporsi non come verità dogmatica scientificamente rivelatasi, ma come invito alla reale esperienza psichica

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Articolo pubblicato sulla rivista La Nuova Alternativa ANNO III N.13

Parlando di droga (3 parte ) 


…gli indiani d’America usano le droghe allucinogene in maniera ritualizzata allo scopo di mettere in contatto con il divino…Per spiegare il meccanismo psichico degli “allucinogeni” in psicoanalisi si parla di “proiezione”, ossia di estrinsecazione, in forma di immagini, di contenuti psichici estranei alla coscienza, ma appartenenti al mondo interiore del soggetto. Queste immagini possono appartenere all’inconscio personale o all’inconscio collettivo…

L’incontro con le droghe è stato per Castaneda, un antropologo americano, il primo momento di un cammino di conoscenza lungo e arduo, iniziato con una motivazione in apparenza solo intellettuale, un momento necessario per infrangere le limitanti barriere della ragione…

Per la cultura indiana il vero insegnamento non è per l’intelletto, è per il corpo e l’emozione… forse continuare a chiamare “proiezioni” gli incontri con altre realtà è ancora difendersi razionalmente. Nella nostra vita quotidiana, queste esperienze accadono nel sogno e anche in questo caso il problema resta aperto: fantasie o realtà non-ordinarie?...

Articolo pubblicato sulla rivista La Nuova Alternativa ANNO III N.12

Parlando di droga (2 parte) 

...ciò che rende “ droga” una sostanza è l’uso e l’abuso che se ne fa; in psichiatria la bulimia è stata definita “tossicomania senza droga”, perché in questo caso la droga è il cibo. E lo stesso può dirsi,di televisione, gioco, lavoro, sesso ecc…..una questione piuttosto controversa è l’affermazione che certe sostanze “creano dipendenza”, mentre secondo alcuni una interpretazione più corretta dal punto di vista psicologico è che una personalità dipendente, se entra in contatto con certe sostanze non riesce più a farne a meno, si “appoggia” ad esse, perché fa parte della sua struttura della personalità cercare “appoggi” all’esterno,illudendosi di poter risolvere così i suoi problemi….e nel caso degli oppiacei, veri “anestetici esistenziali” ciò è molto evidente: i bisogni scompaiono, il bisogno diventa uno solo,bisogno del “buco” per non avere bisogni, in una spirale in escalation perché l’assuefazione rende necessaria l’assunzione di dosi sempre maggiori per ottenere gli effetti desiderati …Gli allucinogeni sollevano problemi diversi. Per la psichiatria sono detti “psicotizzanti”, nel senso che provocano nella persona che li assume deliri e allucinazioni, vere e proprie crisi psicotiche, il mondo psichico è proiettato e vissuto sottoforma di immagini. Ma si tratta solo di questo? Riporto qui il breve scritto di un giovane studente in medicina, interessato alle filosofie orientali e ad alcune discipline esoteriche, che ha raccontato alcune sue esperienze con l’LSD 25,l’acido lisergico, prodotto di sintesi scoperto nel 1938 in occasione dell’isolamento dei costituenti della segale cornuta :” …l’incontro con l’acido è l’incontro con l’occulto. E io naturalmente l’ho saputo dopo….man mano che l’acido saliva, le verità esoteriche, lette, sentite, meditate diventavano verità viventi e reali, erano anzi l’unica forma di realtà….le cose, trasfigurate mi apparivano nella loro relatività; potevano sfaldarsi e non-essere, sembravano energia tenuta insieme da un concetto che il mio stato alterato facilmente dimenticava….e non serviva a niente ripetermi che il mio stato era provocato artificialmente e si sarebbe esaurito in poche ore,tale riflessione non aveva per me nessun significato. In quello stato ogni attimo è l’eternità…..una cosa era evidente: la parola crea la realtà….passato l’effetto, per un po’ di giorni, partecipavo alle situazioni della vita con distacco, commozione e tenerezza, come un adulto quando è spettatore di piccoli drammi di bambini…poi, piano piano, qualcosa ha cominciato a chiudersi e le mie dighe sono sorte di nuovo ad arginare il mare di infinito…. L’esperienza con gli allucinogeni può diventare un potente e brutale mezzo di verifica purché chi ne fa uso riesca a dare un senso a ciò che gli capita…cadono tutte le tue maschere, la professionale, la sessuale, la cinica, la sprezzante, la dolce…solo occhi sbarrati di fronte al mistero. Puoi continuare ad esistere?”

L’assunzione di allucinogeni, addirittura consigliata agli psichiatri e agli psicoterapeuti da H.Michaux, è indubbiamente un modo per provare la forza del proprio Io e per accostarsi in maniera più diretta alla vastità e alla enormità dell’inconscio. Ma la sua pericolosità sta nel fatto che non rispetta una gradualità e i tempi individuali di maturazione, come fanno ad esempio le pratiche meditative e la stessa psicoanalisi. Il compito ,dopo, molto difficile è l’integrazione,e il rischio, molto forte, è la follia.

Articolo pubblicato sulla rivista La Nuova Alternativa ANNO III N.11

Parlando di droga (1 parte) 

 

…l’ambiguità di fondo nel modo di considerare il “ drogato”, che riguarda familiari, amici, operatori e l’intera società è :”ma si tratta di un delinquente o di un malato ?”…perché è evidente che delinque, in quanto usa ed abusa e a volte vende una sostanza che la nostra società ha dichiarato illegale. Ma si fa del male, un aspetto questo che non è così palese in altre forme di delinquenza. E poi cerca un piacere, facendo del male a se stesso e agli altri…Consideriamo ad esempio l’eroina. E’ un analgesico sintetizzato dalla Bayer nel 1898 come “antidoto alla morfina”, chiamato eroina dal tedesco “heroish”, in italiano si potrebbe e tradurre “superfortina” perché più forte .La morfina, invece, era stata sintetizzata, sempre dalla Bayer nel 1803 e chiamata dai medici “God’s medicine” , “medicina di Dio” per la straordinaria capacità di lenire il dolore. Il suo difetto era però di creare assuefazione e dipendenza. (Blumir “Eroina” Feltrinelli ).Attualmente l’eroina è illegale, molto presente nel mercato delle mafie, e l’eroinomane è costretto a rubare e/o a spacciare per procurarsi la “roba” che non trova né in farmacia né negli ospedali e che deve comprare dagli spacciatori a prezzi anche molto alti .Perchè? Qual è la motivazione razionale, giacché eroina e morfina appartengono alla stessa famiglia degli oppiacei, perché una è una “droga”, ed è proibita e l’altra è un farmaco da somministrare ai malati “veri”?…e si torna alla domanda iniziale: il drogato è un malato? A ciò si aggiunge una considerazione psicologica davvero elementare e cioè che proibire rende ogni cosa più appetibile….A che tipo di bisogno risponde l’eroina ? Per la psicoanalisi si tratta di un bisogno orale di passività e dipendenza, di sazietà e soddisfazione totale, analoga a quella che prova il lattante dopo una poppata….Morelli individua nell’eroinomane una problematica diversa che lo distinguerebbe dagli altri “drogati” ( alcolisti, tabagismi ecc.):l’assunzione dell’eroina attraverso l’iniezione diventa un “cambiare sangue”, simbolo di mutamento molto arcaico…e si tratterebbe quindi non tanto di una regressione orale quanto di una regressione fetale, di una “nascita mancata”. Per guarire il soggetto deve vivere le sofferenze di una nuova nascita, e perciò l’uso del metadone durante le crisi di astinenza andrebbe ridotto al minimo e sostituito con la partecipazione empatica del terapeuta……L’allucinogeno, presente in molti riti religiosi come momento di comunione con il divino (per gli indiani d’America , ad es. il Peyote non solo mette in comunione con il dio, ma è il dio stesso ) è detto in psichiatria “psicotizzante” in quanto nullifica l’Io e le sue difese e proietta l’individuo in una situazione anomala e allucinata a cui mancano i “ supporti culturali “ per riuscire a darle un senso. “…di fronte ad una sedia che sembrava un Giudizio Universale o per essere più esatti, di fronte ad un Giudizio Universale che solo dopo molto tempo e con notevole fatica riconobbi come sedia, mi trovai all’improvviso sull’orlo del panico. Sentii d’un tratto che le cose andavano troppo oltre. Troppo oltre, anche se andavano verso una bellezza più intensa, un significato più profondo. Il timore, come lo analizzo in retrospettiva, era di essere sopraffatto, di disintegrarmi sotto la pressione di una realtà più grande di quanto una mente ordinaria potesse sopportare…” ( A,Huxley “Le porte della percezione” Mondadori ).

   “…la mescalina, il suo uscir subito fuori dai limiti. INFINIVERTIFICA, STRANQUILLIZZA . Ed è atroce. L’uomo minacciato da ogni parte di infinito fa di tutto per mettersi al riparo. Il Grande Turbine ad entrarci per caso ti frantuma….occorre presentarsi bene all’infinito…nelle esaltazioni ed aperture dovute alle droghe non ho mai incontrato lo slancio dell’odio. L’odio deve essere …più frammentario e provvisorio, più passeggero di quanto appaia. E’ la paura che aspetta al varco coloro che l’amore non ha soddisfatto…la mescalina demoliva le mie buone dighe, quelle che mi fanno essere “ME” e non un altro tra i miei possibili “IO”. Mi sono occorse settimane e settimane per ricostruirle. “ (H. Michaux   “Miserabile miracolo – la mescalina – l’infinito turbolento” Feltrinelli) ... La canapa indiana usata sottoforma di haschisch o marijuana, annoverata nei manuali di psichiatria tra gli allucinogeni, è ancora abbastanza diffusa, per lo più tra i giovani che la consumano in situazioni di gruppo e tra artisti e intellettuali, spesso ex-sessantottini alla ricerca di una dimensione mistica. Ecco cosa scrive Matza degli effetti della marijuana : “perché qualcosa diventi ordinario, deve essere dato per scontato. Le cose diventano ordinarie, ossia banali in quanto alienate dalla loro storia, dal loro significato, dal loro contesto,…e allora sono viste in superfice, nei termini un po’ pomposi della fenomenologia sono “messe in parentesi”, non ci si riflette più…Anche questo è una buona cosa altrimenti saremmo sempre stupiti e meravigliati , e non riusciremmo a cavarcela con le faccende del mondo quotidiano, come fa il bambino o il fumatore di haschisch….” (Matza   “Come si diventa devianti”   Il Mulino ). L’ordinario diventa straordinario ed è quindi vissuto nella sua pienezza. Scrive Baudelaire ne “Il poema dell’haschisch” : “…che la società e gli ignoranti , curiosi di conoscere godimenti eccezionali, sappiano dunque chiaramente che nell’haschisch non troveranno nulla di miracoloso, assolutamente nulla, tranne il naturale magnificato…..poi arrivano gli equivoci, le trasposizioni di idee…e la profondità della vita, irta dei suoi molteplici problemi, si rivela intera nello spettacolo che si ha sotto gli occhi, per naturale e usuale che sia….l’haschisch si distende su tutta la vita, la colora di maestà e ne illumina tutta la profondità…”

Articolo pubblicato sulla rivista Prospettive in Psicologia ANNO II N.3

L’Anoressia Mentale

 

Sommario:L’anoressia mentale è una patologia centrata sul binomio cibo-corpo. Essa è caratterizzata dalla progressiva e drastica riduzione dell’assunzione del cibo. Un’apparente chiarezza semeiologica nella sua compattezza monosintomatica rivela,ad un’analisi più approfondita,la presenza di aspetti molteplici che riguardano sia l’eziologia sia l’esplicarsi della sintomatologia stessa. L’autrice ha colto tali aspetti, tentando di ricomporli in una immagine unitaria.

Summary: Mental anorexy concerns the binomial food-body.It is marked by the progressive and drastic reduction of food ingestion An apparent semyological clearness in its monosymptomatic firmness discloses, to a more investigated analysis, the presence of various appearances concerning the etiology and the semeiotics. The authoress gathered these meaning, trying to compose again in a sinthesys.

 

La perdita dell’appetito è un sintomo che accompagna molte sindromi psicopatologiche. Il rifiuto del cibo è presente, ad esempio, nei depressi, accompagnato da una sintomatologia che nell’insieme esprime la non volontà di vivere,oppure nell’isteria,dove il malato si preoccupa, per lo più, degli effetti che tale rifiuto avrà nell’ambiente che lo circonda,o nella schizofrenia, dove il cibo è accettato o no a seconda di quello che rappresenta nell’universo simbolico del malato.

L’anoressia mentale ha invece l’intera sintomatologia centrata sul binomio cibo-corpo. La sfera mentale, tutt’altro che compromessa, resta perfettamente efficiente e di solito iperinvestita. Manca la componente delirante, se si esclude il vissuto delirante nei confronti del corpo, percepito sempre come troppo grasso , anche a livelli di dimagramento molto accentuati. Il rifiuto del cibo,ridotto progressivamente a quantità sempre più esigue, non è accompagnato da perdita dell’appetito. La fame resta, smisurata.

Per alcuni autori (Kestemberg E.,Kestemberg J., Decobert S.,1974,1) le anoressiche (gli anoressici sono rari; le stime parlano del 97% di malate di sesso femminile ) cercano la fame, il cui non – soddisfacimento provocherebbe un piacere organico intenso, come se a livello non tanto pulsionale quanto istintuale fosse in opera la perversione, portando alla soddisfazione della non soddisfazione.

Secondo Hilde Bruch (Bruch H., 1983,2) l’anoressica sarebbe invece totalmente incapace di percepire correttamente gli stimoli provenienti dal corpo. L’autrice ritiene che il riconoscimento degli stimoli interni, e quindi anche della fame, non è innato, ma appreso, e si struttura in relazione alle risposte che offre l’ambiente ai bisogni del lattante. Se tali risposte sono incongrue o non adeguate, mancherà il supporto necessario allo stabilirsi di un realistico sentimento di identità.

Per la Palazzoli-Selvini (Palazzoni M. –Selvini, 1973,3) le anoressiche percepiscono correttamente la fame, la avvertono in tutta la loro intensità,ma lottano disperatamente contro di essa. Non è tanto il cibo ad essere percepito come cattivo,quanto l’atto del cibarsi e le sue conseguenze, che l’anoressica sente per lei disastrose. Prova ne sia che è riservata al cibo una grande attenzione:le pazienti si interessano di ricette, diventano esperte nel cucinare, spesso si orientano verso alimentazioni alterative, costringono i familiari a mangiare il cibo che negano a se stesse. Il cibarsi diventa per loro un rito, da compiersi in segreto, separati dalla vista degli altri, o l’atto viene compiuto in maniera rapida e provvisoria ( in piedi, di corsa, senza preparare la tavola, rifiutandosi di sedere a tavola con i familiari ecc. ). Tale atto, così naturale, diventa per le anoressiche il perno attorno a cui ruota la loro esistenza.

L’inizio della malattia, di solito intorno all’età prepuberale e puberale,è mascherato da una motivazione solo in parte razionale: “devo dimagrire” (…non sempre si riscontra prima della malattia una eccedenza ponderale).A tale determinazione le anoressiche sono giunte dopo anni di sofferenza solitaria e silenziosa ( per buona parte anche inconscia).La storia personale e familiare sembra abbastanza tipica: famiglie di estrazione medio-borghese abbastanza colte, dove tutto sembrerebbe andare bene se non fosse per il sintomo della figlia. Queste ragazze da bambine non hanno dato grossi problemi, e raramente di ordine alimentare, sono cresciute all’ombra del “COME SE” di un’esistenza cioè falsa e falsata dalle richieste tacite e pressanti dei genitori. Hanno ricevuto passivamente dal mondo esterno, incapaci di qualsiasi autonoma e attiva rielaborazione. Cresciute buone, brave, ultracoscienziose,con un buon rendimento scolastico, incarnano l’ideale di perfezione di ogni buon insegnante o genitore, ma lo fanno in maniera esagerata. Il quadro familiare di solito è costituito da un padre assente, poco strutturato, secondo alcuni incorporato nella figura materna, vissuta come magicamente onnipotente. Il tipo di madre può schematicamente essere classificato sotto due aspetti:1) madre perfezionista, efficiente, autoritaria, vuole il meglio dalla figlia;2)madre timida e insicura , magari casalinga e senza un lavoro, vive all’ombra di tutti, vuole che la figlia realizzi ciò che lei non è stata capace di fare.

Comunque entrambi i genitori tendono a considerare la figlia come un loro supporto narcisistico,e ogni comportamento autonomo e che esca fuori dalle regole è giudicato negativamente. Il corpo diventa allora il solo campo su cui le ragazze possono esercitare la loro autonomia. Le relazioni con il cibo, anche se in maniera non lineare, traducono la relazione con la madre, e l’intera patologia fa pensare ad una non avvenuta incorporazione dell’oggetto buono. Inoltre la problematica ruota intorno al senso di identità personale: l’anoressica non può serenamente identificarsi con la madre e quindi diventare donna, perché è dalla madre che deriva il rifiuto della femminilità.     Nell’adolescenza il corpo della bambina non può più ubbidire a questo ordine, ed esplode nella sua determinazione sessuale. La psiche dell’anoressica non può”incarnarsi” in quel corpo perché si trova inserita in un paradosso esistenziale.

Il dimagramento esasperato dell’anoressica modella un corpo efebico,dove si annullano le rotondità del femminile.

Fino all’insorgere della malattia, le ragazze hanno fatto di tutto per nascondere la loro scontentezza, fingendosi felici. (Il falso SE’ della moderna psicoanalisi Winnicott ecc.).Il loro vissuto è di essere “immeritevoli”, “ingrate”, “indegne”, si sentono obbligate di essere all’altezza della situazione, sempre afflitte dalla discrepanza tra quanto ricevono e quanto meritano. Alla determinazione di dimagrire esse sono arrivate dopo riflessioni ruotanti intorno alla domanda “cosa c’è che non va in me?” Cosa c’è di sbagliato in me che mi rende così indegna ?”; la risposta che hanno dato a se stesse è che è il loro corpo così com'è che non va, e tale menzogna è vissuta come la scoperta di un tesoro nascosto, di un grande segreto, e dimagrire diventa lo scopo, il senso della vita. Tutte le azioni sono finalizzate a quello scopo e della malattia ci si accorge tardi, perché all’inizio non vi è sofferenza e angoscia: unico sintomo, la progressiva e drastica riduzione del cibo e le anoressiche, via via che dimagriscono, elaborano la convinzione che il loro aspetto fisico, e il controllo che esercitano sul cibo e quindi sul corpo le fa diverse, speciali, “superiori”. Solo quando il dimagrimento della ragazza è diventato molto vistoso i familiari cominciano allarmati la trafila dei medici. A volte la ragazza è costretta a ricoveri e ad alimentazione forzata. Il miglioramento sintomatico, quando c’è, è solo temporaneo e spesso accompagnato da una forte depressione psichica. La giovane è irremovibile nella sua determinazione.

L’insorgere della malattia è segnato da due sintomi:

1) brusco e repentino mutamento del carattere che da aperto e cordiale si fa chiuso e diffidente.

2) amenorrea, che stranamente di solito precede il dimagramento. Se l’anoressia è abbastanza precoce, può esservi assenza del menarca.

In questa patologia si distinguono due fasi di cui la prima di solito precede nel tempo l’altra anche se possono coesistere ed alternarsi:

1) fase passiva: in questa fase l’anoressica si chiude in sé,limita i rapporti con gli altri soprattutto con i coetanei, giudicati sempre come inferiori e lei, e soprattutto comincia a limitare in maniera drastica e progressiva l’assunzione di cibo. Compaiono i “ capricci alimentari” come ad esempio considerare alcuni cibi “puliti”(di solito verdura , frutta e latticini) ed escluderne altri sporchi ( di solito carne e dolciumi). La carne è eliminata quasi sempre, forse a simbolizzare il non voler vivere la “carnalità”, la passionalità. A volte i cibi sono scelti in base al colore. Un’anoressica era capace di mangiare il cioccolato bianco e rifiutava quello scuro e lo stesso accadeva per i gelati, quelli scuri erano ritenuti “sporchi” ( è evidente che non vi è nessuna motivazione razionale giacché l’apporto calorico è identico).Questa anoressica, bizzarramente, dopo alcuni mesi di terapia, cominciò a gradire il cioccolato scuro, ma solo “fondente” perché ritenuto “essenziale, non promiscuo, non contaminato”. Le anoressiche stabiliscono un singolare rapporto empatico col cibo, in un gioco continuo di proiezioni e simbolizzazioni. Frigoli azzarda l’ipotesi che si tratti di una regressione filogenetica ai confini della vita vegetale (Frigoli D.,1985,5).A prova di tale ipotesi,la scelta di un’alimentazione quasi completamente vegetale e la predilezione per i cibi liquidi. E’ comunque difficile stabilire una simbologia unitaria delle scelte alimentari, a volte così bizzarre e apparentemente immotivate: una paziente rifiutava i cibi “rossi”,conditi col sugo, e tuttavia mangiava il pomodoro crudo,un’altra invece, rifiutava di mangiarlo in ogni modo, definendolo “un utero pieno di sangue mestruale”.

2) fase attiva: sembra che ad un certo punto della malattia, la lotta disperata contro la fame abbia un grosso cedimento: l’anoressica si abbandona a vere orge alimentari, provocandosi poi il vomito,o cercando di evacuare abbondantemente con forti dosi di lassativo. Non desiste, però, la lotta contro il corpo che ingrassa. La ragazza, inoltre, si costringe ad una attività fisica sfrenata e spesso fine a se stessa. ( non coltiva uno sport ma ad es. fa lunghe passeggiate, cerca di studiare camminando ecc.) Elaborare la condizione anoressica non è un processo che si svolga improvvisamente e automaticamente, ma necessita dell’attenzione attiva e instancabile della vittima, ad ogni minuto, e mantenere tale condizione richiede sofferenza e sforzi continui.

Anche quando il corpo è ridotto a livelli di cachessia rimane molto vivace l’attività intellettuale, quasi che tutte le energie vitali rimaste vadano a nutrire quell’unico modo possibile di esistenza, asessuato, disincarnato:il pensiero. Non è infrequente che subentri la morte, e per svariate cause fisiche (arresto cardiaco, respiratorio ecc. soprattutto nelle fatiche del vomito provocato ripetutamente) ma di solito non è desiderata coscientemente dalla ragazza.

L’azione del “riempirsi” e dello “svuotarsi” è garanzia della loro potenza e il pericoloso e continuo oscillare tra “pienezza” e “vuoto” indica l’impossibilità di vivere entrambi gli aspetti:vi è infatti angoscia della fame e angoscia della sazietà; l’anoressica non può “essere” nel corso naturale delle cose, esposte alla trasformazione e alla decadenza. Il suo corpo efebico ed asessuato esprime anche fantasie di totalità e completezza: accettare di essere un sesso implica aver bisogno dell’altro, e le anoressiche temono la dipendenza e rifiutano di aver bisogno degli altri.

La sindrome anoressica, come rilevano Kestemberg e altri, mentre dapprima appare di una chiarezza e compattezza quasi monolitica, in seguito, più la si studia e si tenta di darne una spiegazione unitaria,più essa sfugge e non si lascia cogliere. Per la Bruch , l’anoressia mentale è una malattia enigmatica piena di contraddizioni e paradossi;inafferrabile come le malate, che vivono da sempre nella menzogna e continuano a mentire a chiunque voglia prendersi cura di loro: nascondono i lassativi, vomitano di nascosto, nascondono il cibo per mostrare agli altri che hanno mangiato, non parlano volentieri dei loro disturbi, tendono a negarli. Il “quando mangi” e “quanto mangi” è argomento tabù sia per i familiari che ignorano di solito quando e come avvengano i pasti della ragazza,sia per tutti gli altri, terapeuta incluso.

E’ indispensabile stare con loro in un rapporto empatico dove cominceranno a crescere e a guarire solo quando si sentiranno veramente capite ed accettate.

Le anoressiche si oppongono per principio a qualunque trattamento: sole e potenti nella loro solitudine, credono di aver trovato nella magrezza la soluzione di tutti i loro problemi. Per la Bruch la componente inganno è più grave quando si è innescato il ciclo orgia alimentare- vomito e più difficile la guarigione,perché questa ritualità è diventata un sistema per mantenere stabile il proprio peso e per scaricare qualunque situazione ansiogena.

L’anoressia mentale è difficile da collocare anche nosograficamente ( nevrosi o psicosi ?) ed è stata da alcuni autori definita “psicosi fredda”, dove manca la fioritura delirante, mentre la realtà negata non è la realtà esterna, ma la realtà del corpo.

Secondo Kestemberg le anoressiche si aprono ad una singolare vita dove il potere prende il posto dell’amore,perché, prese dalla vertigine del dominio, sognano di dominare la bestia-corpo negando i suoi bisogni..

Le malate dicono di frequente,come gli ossessivi,che qualcosa più forte di loro li fa agire in quel modo. Il problema del sesso non è il problema centrale: il sintomo si inscrive nell’oralità ed è proprio la soddisfazione orale ad essere vissuta come pericolosa. Anzi la sfera sessuale è scarsamente investita; infatti nelle ragazze manca spesso l’attività masturbatoria e il desiderio sessuale. Tutto lascia supporre un Io mal strutturato e incapace di sostenere la conflittualità edipica, tutto cioè esprime un modo di essere pregenitale, dove il conflitto edipico non sembra mai esistito.

A conclusione voglio riportare qui alcuni brani tratti dal diario di Ellen West, una donna di straordinaria sensibilità e profondità di pensiero, poetessa e scrittrice, il cui “ CASO “ è raccontato da L.Biswanger ( “Il caso Ellen West e altri saggi “ L. Biswanger – Bompiani, 1973,7 ).

Ellen West è un’ebrea tedesca di famiglia colta e borghese. Il suo caso non è compreso adeguatamente dai vari terapeuti che si sono avvicendati nella sua tormentata esistenza; la conclusione è purtroppo infausta. Ecco i brani che ho scelto e che propongo in ordine cronologico:

“…il io Io interiore è così strettamente legato al mio corpo che entrambi formano una unità e insieme costituiscono il mio Io, il mio illogico, nervoso, individualistico Io…”

“…Io mi disprezzo …” “…voglio fare qualcosa di grande, devo avvicinarmi, almeno un poco al mio ideale, al mio orgoglioso Ideale !” “Tutti i buoni propositi, ogni gioia di vivere crolla di fronte a questo muro che non mi riesce di superare…il pensiero delle frittelle è per me il più orribile che ci sia!”.

“la giornata comincia, la vedo stendersi davanti a me piena dell’ininterrotto desiderio di mangiare e insieme dell’angoscia di mangiare. Mi alzo ed esco. Il mio cuore è pieno di desolazione. …che significa questa orribile sensazione di vuoto?...Due cose mi tormentano dunque: il primo luogo la fame e in secondo luogo la paura di ingrassare …e da questi lacci non vengo fuori…”

“Ecco quanto mi può succedere al mattino:siedo allo scrittoio e lavoro; ho molto da fare , molte cose di cui sono lieta di occuparmi. Senonché una tormentosa inquietudine non mi consente ci raccogliermi. Balzo in piedi, corro qua e là,continuo a fermarmi di fronte alla credenza in cui tengo il pane. Ne mangio un poco; altri dieci minuti e ne mangio un altro poco. Mi propongo severamente di non mangiarne più, e posso riuscirci…ma il desiderio di mangiare, questo è insopprimibile. Per tutto il giorno non riesco a cacciarmi dalla testa il pensiero del pane. Riempie a tal punto la mia mente che non c’è posto per altri pensieri e non posso concentrarmi né nel lavoro né nella lettura. Per lo più finisce che esco in strada. Fuggo dal pane nella credenza .allora uno potrebbe dire: mangia questo pane e ti calmerai!Non è così, invece, quando ho mangiato sono altrettanto infelice e il pane che ho mangiato è sempre lì, davanti ai miei occhi, mi palpo lo stomaco e penso: ecco, adesso ingrasserai!” Questa è una chiarissima e terribile descrizione del meccanismo mentale che poi , nella fase attiva porta al vomito provocato o all’assunzione di lassativi.

Ellen West descrive con straordinario acume,” l’angoscia-dopo-il pasto”, l’angoscia alla vista dei generi alimentari “…che scatenano brame che non potranno mai appagare, come dissetarsi con l’inchiostro…”. Perché nel mangiare l’anoressica cerca di soddisfare due bisogni: la fame e l’amore. Questa malattia la allontana dagli uomini “…mi sento esclusa da ogni vita reale, sono del tutto isolata,mi trovo in un globo di vetro …il tormento di dover ogni giorno riprendere a lottare con i mulini a vento, con una farragine di pensieri ridicoli e spregevoli,questo tormento mi toglie il piacere della vita,altera tutto ciò che è bello, naturale, semplice lo distorce in una caricatura…come se fossi stregata…” .

E’ evidente che l’aspetto cognitivo-comportamentale nell’anoressia mentale è fortemente compromesso; ma è mia profonda convinzione, frutto di esperienze studio e riflessioni, e non solo mie, naturalmente, che agire solo su di esso può essere limitante e rivelarsi infruttuoso . L’anoressica ha bisogno di ristrutturare il suo mondo affettivo e relazionale e questo può essere fatto attraverso una terapia familiare e un’analisi individuale, a condizione però, che il peso corporeo abbia quel minimo livello di garanzia di autonomia vitale, altrimenti è purtroppo necessario un ricovero anche coatto, che però non abbandoni assolutamente a se stessa la ragazza, una volta raggiunto l’aumento ponderale che ci si è prefissati, pena una grave e repentina ricaduta.

BIBLIOGRAFIA

1. Kestemberg E.,Kestemberg J.,Decobert S. La fame e il corpo “ Astrolabio

2. Bruch H. “La gabbia d’oro” Feltrinelli Milano

3. Palazzoni M.-Selvini “L’anoressia mentale “ Feltrinelli Milano

4. Chevalier J. “Dictionaire des symboles “ R.Laffond e Juppiter Paris

5. Frigoli D “.Il sangue acquatico “ Riza Psicosomatica. Milano, 1986,n.56

6. Ey H.,Bernard P., Brisset Ch. “ Manuale di psichiatria “  Masson Roma

7. L.Biswanger   “ Il caso Ellen West e altri saggi”    Bompiani   Milano

Articolo pubblicato sul Bollettino dell’Ordine dei Medici ANNO XIVN.1-2

Salute e Malattia: l’importanza del rilassamento 

 

...la netta distinzione tra malato organico e psichico si è rivelata insufficiente nella diagnosi e nella terapia …la malattia coinvolge la persona nella sua interezza….il medico il più delle volte si comporta nei confronti del paziente come se questi fosse un oggetto, una macchina rotta da riparare….e spesso è carente proprio l’aspetto relazionale, mentre si sa che chi” vuol “guarire guarisce e più in fretta.

…Le psicoterapie di rilassamento sono “psicoterapie brevi” nel senso che la durata è stabilita prima e limitata nel tempo. …l’ascolto del proprio corpo in uno stato di passività concentrativa consente di ampliare la conoscenza di sé, e favorisce l’affiorare di nuovi vissuti somatici e nuove fantasie legate al corpo o a determinate zone di esso…Il sintomo acquista un significato per l’individuo, che in questo modo partecipa attivamente alla sua malattia e al processo di guarigione che si svolge simultaneamente nel suo corpo e nella sua psiche….Imparare l’”arte del rilassamento” è un bisogno anche per l’individuo sano che deve sempre più difendersi dallo stress continuo in una società in cui vale la massima”io valgo per quello che produco e consumo” e non per quello che “sono”.

Rilassarsi è un modo di “essere” contrapposto al “fare” ,e ciò che è più importante, un modo nuovo di “essere con se stessi”.

Articolo pubblicato sul Bollettino dell’Ordine dei Medici ANNO XIII N.5

Gruppo Balint, continuo e costante confronto per la formazione Psicologica dell’operatore socio-sanitario 

…le nuove Strutture Sociosanitarie pongono molti problemi a livello organizzativo, amministrativo ed economico, sia per quanto riguarda il personale sia per quanto riguarda l’utenza….voglio occuparmi qui di un aspetto che ritengo di primaria importanza per un adeguato funzionamento di tali Strutture: l’informazione e la formazione del personale che vi lavora….L’informazione concerne l’acquisizione di nozioni fondamentali per stabilire un” livello culturale di base “ degli operatori che sia abbastanza omogeneo. La formazione riguarda un apprendimento non più e non solo intellettivo, ma anche e soprattutto emotivo ed affettivo. In altri termini, si tratta di “mettersi in gioco”. A mio avviso non sono tanto formativi i vari corsi di qualificazione e riqualificazione, aggiornamenti e specializzazioni, peraltro utili per quanto riguarda l’aspetto informativo, quanto un continuo e costante confronto degli operatori sui problemi che di volta in volta si trovano a dover affrontare, una discussione ,cioè, condotta con l’intento sincero di comprendere prima, per poi agire in maniera adeguata.

L’utente che si rivolge a queste Strutture portando disturbi di vario genere,esprime sempre, che lo sappia o no, anche una richiesta affettiva cui l’operatore è chiamato a rispondere, che lo voglia o meno... Il rischio per entrambi è l’inconsapevolezza, e l’operatore ha l’obbligo di imparare a gestire questi rapporti, accrescendo la sua consapevolezza. …un metodo interessante per la formazione psicologica di qualunque operatore sociale è il Gruppo Balint (dal nome del medico londinese che per primo introdusse questa metodica) ...sono due anni che frequento un Gruppo Balint e ho potuto riscontrare per esperienza diretta che è davvero un aiuto ,soprattutto per operatori di mentalità più “organicista”, per diventare più sensibili e attenti alla relazione….il lavoro del Gruppo Balint consiste nel riunirsi periodicamente sotto la guida di uno psicoanalista. A turno ciascuno dei partecipanti espone le difficoltà incontrate nel trattare un “caso” e il leader orienta l’attenzione sul rapporto che si è venuto a creare tra l’operatore e l’utente… non si tratta di supervisione perché non si giudica la condotta dell’operatore, non è terapia perché non si indaga sulla vita privata dell’operatore… ci si espone, ci si lascia coinvolgere e col tempo si cambia….ciascuno rivela nell’"hic et nunc" del gruppo se stesso e quel che è avvenuto nell’"illic et tunc" , il suo modo di fare abituale con i pazienti…Quando si prende consapevolezza di questo si è operata” una piccola seppure importante modifica della propria personalità”…un limite, che è anche un pregio di questo tipo di pratica, è che nessuno può essere costretto a partecipare…Un operatore formato con la metodica balintiana è più capace non solo di ascoltare, ma anche di capire cosa “realmente “il suo paziente sta chiedendo in quel determinato momento e di rispondere in maniera adeguata.

Articolo pubblicato sul Bollettino dell’Ordine dei Medici ANNO XII N.3

Medicina psicosomatica

 

...è diventata di fondamentale importanza la formazione psicoterapeutica dell’operatore sociosanitario,soprattutto se si trova a contatto con un paziente psichiatrico. In questa realtà l’approccio psicoanalitico può essere lo strumento più utile e più proficuo perché, contrariamente a quel che comunemente si crede, fornisce all’operatore una particolare attenzione ai bisogni del malato e quella capacità di porsi in atteggiamento di “ascolto accogliente” con l’intento di contenere l’angoscia psicotica abbandonando ogni fantasia di onnipotenza terapeutica ….L’approccio psicoanalitico è dunque possibile, anzi è necessario anche nelle strutture pubbliche e a contatto con gli psicotici….

Particolarmente stimolanti anche se vanno utilizzate con estrema cautela, sono le nuove proposte terapeutiche, quali ad esempio quelle di Lai e del suo gruppo di ricerca, della “tecnica senza teoria”;si tratterebbe di “stare insieme al paziente”,ma naturalmente questa apparente semplicità richiede una straordinaria “sensibilità psicoanalitica”,frutto di profonda ed accurata formazione.

Hillman evidenzia come sia sbagliato in psicoterapia parlare di “controindicazione” secondo l’equazione “controindicazione=fallimento” giacché lo psicoterapeuta deve essere portatore di una configurazione psichica capace di dare un significato al fallimento e di reggerlo in maniera non depressiva.

Altro modo di agire nelle strutture pubbliche, soprattutto con i bambini e gli adolescenti, è attraverso il gioco; particolarmente utile si è rivelato “il gioco della sabbia”; nella “sabbiera”, spazio libero e protetto il giovane può esternare le proprie angosce e riappropriarsi delle parti scisse dell’archetipo. In questi casi l’interpretazione non è un fattore di primaria importanza.

E’ invece fondamentale che l’operatore sociosanitario abbia seguito un training formativo, per essere in grado di gestire le dinamiche relazionali con individui problematici.